Il profumo delle zagare, che ogni anno annuncia la primavera qui a Marrakech, si unisce in questi giorni a quello della chebakia, i tipici dolcetti di miele e sesamo che si gustano nel periodo di Ramadan. Il due marzo è iniziato il mese sacro per i musulmani in Marocco (il giorno prima in altri Paesi islamici) e il 5 marzo è cominciato il tempo di Quaresima per noi cristiani. Quest’anno, quindi, c’è stata una piena coincidenza dei due periodi così forti per le due religioni monoteiste. La celebrazione del Mercoledì delle Ceneri nella mia parrocchia d’adozione, qui a Marrakech, l’Eglise des Saints Martyrs, è stata particolarmente partecipata. La chiesa era gremita e proprio nel momento della consacrazione si è levato l’adhan, l’appello alla preghiera dalla vicina moschea, un invito a percorrere insieme ai fratelli di fede islamica un tempo di accresciuto sforzo spirituale.

Il nostro Arcivescovo di Rabat, Card. Cristobal Lopez Romero, ha diramato un bellissimo messaggio augurale ai musulmani del Marocco, sottolineando la coincidenza della Quaresima e del Ramadan e invitando a pregare gli uni per gli altri per creare ponti in questo mondo flagellato da guerre e violenza ed essere, qui in Marocco, un esempio e una testimonianza di amicizia e fraternità per il mondo intero. Pur nella diversità, Cristianesimo e Islam sono accomunati nella pratica del digiuno. Un testo di Enzo Bianchi, già monaco di Bose, mi ha sempre colpito perché mette in luce il significato di tale pratica importantissima, sottolineandone l’alto senso ascetico: il digiuno è “una professione di fede con il corpo”.

I fedeli musulmani digiunano durante il mese di Ramadan, il nono del calendario lunare e sacro, perché credono che il quel periodo Muhammad abbia ricevuto dall’arcangelo Gabriele la rivelazione del Corano. Il digiuno delle settimane appena trascorse ottempera a uno dei cinque pilastri obbligatori per il fedele musulmano e consiste nell’astenersi, dall’alba al tramonto, da ogni cibo e bevanda, dal fumare e dal praticare attività sessuali. Chi è impossibilitato a digiunare (perché malato o in viaggio) può anche essere sollevato dal precetto, ma appena possibile, dovrà recuperare i giorni di digiuno prescritti.

Il motivo del digiuno per i musulmani è sostanzialmente l’autocontrollo. Essi credono che, attraverso questa pratica, l’anima dell’uomo venga liberata dalle catene delle sue voglie corporali, sia svincolata dalle tentazioni e possa volare verso l’Altissimo, purificata da tutto quello che di materiale e corrotto esiste nel mondo. Inoltre, nella sua dimensione sociale, il digiuno fa comprendere il valore dei doni di Dio e quindi permette di aprirsi con più compassione e carità verso i bisognosi, invogliando il fedele a versare la zakat, ossia l’elemosina o tassa coranica verso i diseredati. Quando tramonta il sole, il digiuno viene rotto con il pasto dell’Iftarftour nella dizione propria della darija marocchina. La tradizione vuole che si debba mangiare inizialmente un dattero, perché così faceva il Profeta Muhammad.

Il senso del digiuno cristiano, invece, è la metanoia, ossia la trasformazione spirituale che avvicina l’uomo a Dio. Questa pratica “svolge la fondamentale funzione di farci sapere qual è la nostra fame, di che cosa ci nutriamo e di ordinare i nostri appetiti intorno a ciò che è veramente centrale.” Il digiuno dei cristiani trova il suo modello e il suo significato nuovo e originale in Gesù. Il grande monaco benedettino tedesco Anselm Grun afferma: “Il digiuno è il pianto del nostro corpo che sta cercando Dio, il grido del nostro animo più profondo, del nostro profondo più profondo col quale, nella nostra estrema impotenza, noi affrontiamo la nostra vulnerabilità e la nostra nullità, per gettarci completamente nell’abisso della incommensurabilità di Dio”.

Il digiuno dei cristiani è sentire la mancanza di Cristo, è sentire il desiderio di Cristo, desiderando di mettersi alla Sua sequela nel suo mistero di morte e nella Sua Resurrezione. Per il cristiano il periodo penitenziale tende, però, sempre alla luce della Pasqua. Ma è fondamentale rimarcare che, essendo il digiuno un esercizio per coltivare il nostro cammino spirituale, non si digiuna solo astenendosi dal cibo, ma dal peccato e da tutte quelle cose che creano in noi una dipendenza, perché è un combattimento contro lo spirito del male. Il Papa emerito Benedetto XVI, nella sua enciclica Deus Caritas est, ricordava che digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente. Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo.

Ma come vive questo tempo di preghiera e digiuno una coppia mista qui in Marocco? Io e mio marito siamo sposati da quasi 6 anni e il nostro matrimonio è improntato al rispetto reciproco e al dialogo. Abbiamo già vissuto tempi forti insieme negli anni passati. Quest’anno è stato più semplice per me accompagnarlo nel digiuno giornaliero vivendo la Quaresima nello stesso periodo. Aspettiamo insieme il colpo di cannone che qui, ogni sera, segna la fine del digiuno e ci sediamo a tavola contenti di aver raggiunto quel momento.

Il venerdì, la nostra cena serale non prevede carne per rispetto al precetto dell’astinenza in Quaresima. Ma la cosa più bella che rafforza il nostro rapporto interreligioso è la preghiera “comune”, nel senso che io cerco di dividere e diluire la recita del Rosario quotidiano e la lettura e la meditazione della Parola durante i cinque momenti della preghiera musulmana. Così siamo uniti, pur nella diversità, nella lode verso Dio nello stesso momento. Inoltre, cerchiamo di “digiunare” anche dalle cose e dagli aspetti caratteriali che ci legano e ci opprimono, impegnandoci a praticare l’accoglienza e la misericordia prima tra di noi e poi verso il prossimo.

Credo che in Occidente si stia perdendo la bellezza del tempo di Quaresima in preparazione alla Pasqua e lo si viva solo come un periodo cupo e magari di privazione. Vivere in Marocco, in terra d’Islam, mi dà l’opportunità anche di ritrovare il senso della “mia” Quaresima, di riscoprire l’essenziale. Incontrare l’altro per ritrovare se stessi.

Articolo originariamente pubblicato su www.focusmediterraneo.it

Foto: arabpress.eu

L’autore

Lucia Noura Valori, avvocato civilista, presidente dell’associazione culturale “MeD – mari e deserti”, appassionata di dialogo interreligioso e interculturale, vive tra l’Italia e il Marocco.